Sentenza Corte Costituzionale n.178/2015



Il Tribunale Ordinario di Roma ed il Tribunale Ordinario di Ravenna, con due diverse ordinanze emesse, rispettivamente, il 27 novembre 2013 ed il 1° marzo 2014, hanno sollevato una questione di legittimità costituzionale in relazione alle norme che hanno disposto il blocco dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego per il triennio 2010-2012, con possibilità di proroga fino al 2014, “congelando” il trattamento economico percepito dai dipendenti pubblici.
La normativa impugnata determinerebbe una prolungata sospensione delle procedure negoziali e dell’ordinaria dinamica retributiva per i lavoratori alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, ponendosi in contrasto con i principi di eguaglianza, di tutela del lavoro, di proporzionalità della retribuzione al lavoro svolto, di libertà di contrattazione collettiva.

La Corte Costituzionale, con la sentenza N. 178 del 2015, ha comunque riconosciuto che la ragionevolezza delle misure limitative imposte ai cittadini discende anche dalla particolare gravità della situazione economica e finanziaria concomitante con l’intervento normativo.

La legittimità di tali vincoli trova ragion d'essere in conseguenza della loro connessione a “situazioni eccezionali” ed eminentemente transitorie, ove le compressione della libertà tutelata dall'art. 39, comma primo della Costituzione risulta giustificata dall'esigenza di “salvaguardia di superiori interessi generali”. Tali vincoli risultano in particolare giustificati da “l’interesse collettivo al contenimento della spesa pubblica”, che deve essere adeguatamente ponderato, soprattutto “in un contesto di progressivo deterioramento degli equilibri della finanza pubblica”.

Ad ogni modo, secondo la Corte, l'emergenza economica, pur potendo giustificare la stasi della contrattazione collettiva, non può avvalorare un irragionevole protrarsi del “blocco” delle retribuzioni. Si finirebbe, in tal modo, per oscurare il criterio di proporzionalità della retribuzione, riferito alla quantità e alla qualità del lavoro svolto.

La Corte Costituzionale ha ritenuto fondate le censure mosse al regime di sospensione per la parte economica delle procedure contrattuali e negoziali in riferimento all’art. 39, primo comma, della Costituzione; ciò in quanto il protrarsi del “blocco” negoziale, così prolungato nel tempo, ha reso evidente la violazione della libertà sindacale tutelata (all'art 39, primo comma, Cost) che ha il suo necessario completamento nell’autonomia negoziale, soprattutto in un settore che assegna un ruolo centrale al contratto collettivo.

I periodi di sospensione delle procedure “negoziali e contrattuali” devono essere comunque definiti e non possono essere protratti ad libitum perché provocano un bilanciamento irragionevole tra libertà sindacale (art. 39, primo comma, Cost.) ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa. Il sacrificio del diritto fondamentale tutelato dall’art. 39 Cost., proprio per questo, non è più tollerabile.

Per questi motivi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale sopravvenuta, a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e nei termini indicati in motivazione, del regime di sospensione della contrattazione collettiva.


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